Una riflessione sul fenomeno Pokemon Go

05.08.2016 12:19

di Giacomo Lucertini

Il fenomeno Pokemon Go, figlio della cosiddetta “realtà aumentata”, è l’ultimo ritrovato tecnologico che permette di integrare realtà fisica e realtà virtuale. Guardate le immagini contenute nell’articolo di Andrea Coccia postato più sotto, osservate i ragazzi e le ragazze a Central Park, vicini gli uni alle altre ma in contatto solo con il proprio smartphone e con la virtualità da esso generata (quella si, capace di metterli in comunicazione, in rete). Osservate i giornalisti, seduti insieme ed in contatto fisico tra loro ma estranei al proprio vicino di sedia e forse estranei anche a se stessi. Di cosa parlano queste immagini se non di alienazione e di ricerca di uno spazio di realtà vivibile allargato che però, spento il dispositivo che lo genera, rivela il suo limite. Perché la virtualità esiste solo nel momento in cui la si sperimenta, è un inganno, ma è talmente gratificante (le relazioni evidentemente lo sono sempre meno) che si accetta volentieri il compromesso della disconnessione e relativa de-umanizzazione. Salvo poi riconnettersi in modo sempre più traumatico all’ennesima detonazione terroristica che riporta, e qui si genera una frattura che a stento viene ricomposta dalla consapevolezza del reale, al mondo fatto di carne e di sangue, dove le esperienze sono vissute sul corpo e gli occhiali 3D diventano di colpo un inutile pezzo di plastica e circuiti. Almeno fino al momento del bisogno, in cui il dispositivo verrà acceso di nuovo in cerca di un qualche sollievo, momentaneo.

https://www.linkiesta.it/it/article/2016/07/13/pokemon-go-le-prede-siamo-noi/31157/